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Ferdinando GATTA

Ferdinando Gatta

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LA REALTÀ INCANTATA

 

Una vita, una poetica, un'infinita gamma di colori. Leonardo Caboni rappresenta la continuità rispetto al passato. In questo pittore, la cui ricerca è fatta per stupire i critici, si avverte un'unicità di linguaggio che richiama una lontana ascendenza simbolista. Nel suo lavoro c'è l'ambizione di operare in chiave raffinata, come i maestri del Realismo Magico del primo Novecento, e la preoccupazione di non mancare all'appuntamento con una visione inaspettata, che egli rivela tramite un'analisi precisa del dettaglio.

Leonardo Caboni porta a termine le sue composizioni come soggetti irripetibili, come messaggi suggestivi, dove l'osservatore si ritrova come adagiato in un inaspettato altrove. In effetti, il suo procedere attraverso annunci misteriosi lontani dalla virtù della trasparenza narrativa è denso, consistente, ma di impedimento ad afferrare del tutto cosa c'è dall'altra parte del non detto (come canta Eugenio Montale in Ossi di seppia).

I suoi quadri sono in apparenza significanti, ma nel suo procedere egli non rinuncia alla solennità del silenzio, al respiro del simbolo metafisico come accadimento. È doveroso dargli atto di essere controcorrente, di aver scelto la tradizione, di muoversi con pudore all'ombra dei grandi maestri del Museo, piuttosto che scendere a compromessi con le avanguardie contemporanee, che si rivolgono a una sperimentazione sovente assai simile a una beffa, o di gratuita iconoclastia.

In ogni tela di Caboni c'è invece la volontà di distinguersi attraverso la concretezza narrativa, con soggetti di accattivante costrutto formale, come Dimore celesti, dove appare la citazione classica di un putto di pietra con le ali, che con il dito segna su un libro aperto il non detto montaliano, volgendo le spalle al panorama serale di una città costellata di piccole luci. La scenografia del tutto innaturale, conquista per la sua perfetta coerenza narrativa; il colore steso con dense campiture rappresenta una sofisticata lezione di pittura. Si avverte in questo lavoro - come ne Lo sguardo segreto, dove un toro immobile come una statua si frappone fra l'osservatore e un orizzonte imprecisato - la volontà, direi aristocratica, di distinguersi; ma anche l'ambizione di realizzare immagini seguendo i canoni della qualità, intendendo per qualità non solo la tecnica e il mestiere, ma soprattutto la capacità di coniugare in linguaggio simbolico l'imperscrutabile enigma di una visione interiorizzata, e il senso sospeso di un tempo senza fine e senza accadimenti.

A mio avviso, il suo percorso è diretto al ritrovamento delle sue radici romantiche: nel caso di Passeggiata al crepuscolo, si rileva un omaggio indiretto alla pittura visionaria di Friedrich.

A volte, Leonardo Caboni pare tentato dalle rivisitazioni classiche care ai pittori dell'Anacronismo, movimento che è stato di moda in Italia negli anni 80. È questo il caso dell'opera ammiccante ed emblematica Souvenir di Sant'Elena, una sorta di finzione storica, dove il profilo cesareo di Napoleone - evidente citazione di ritratti encomiastici di       Jacques-Louis David - è impaginato come una cartolina ingiallita e sbilenca, trattenuta solo da una puntina da disegno su una vecchia tappezzeria empire, e contrapposto a una conchiglia abbandonata su un piano orizzontale di incerta natura. Il dato allegorico diventa però secondario rispetto al citazionismo sapientemente scenografico del decoro. Analogo è il caso di A vetustate robur, una composizione ricca di campiture e di tonalità eseguite alla maniera degli antichi, dove un gatto sornione affianca il ritratto marmoreo dell'imperatore Adriano.

Se nel lavoro di questo artista i riferimenti stilistici e culturali sono costantemente decifrabili, va detto anche che si tratta di un dato puramente formale: nella sostanza egli persegue una ricerca che comporta un ripensamento visivo del reale, del tempo e della storia, come è pienamente espresso né Il rosso e il nero, dove viene proposta una situazione metafisica di dolce poetico contrasto fra un pettirosso è un vaso greco.

Paolo Levi

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